"La scuola di guerra della vita", Friedrich Nietzsche:

Quel che non mi uccide, mi rende più forte"

(Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, 1888)

"Se dopo aver accompagnato tuo figlio in palestra, aspettando seduto nello spogliatoio e pensando alla gara del giorno prima, con la calcolatrice del cellulare cominci a calcolare:

- a che passo avresti dovuto correre per arrivare cinque minuti prima;

- che tempo avresti fatto se ai 10 chilometri fossi arrivato ad una media inferiore di 5 secondi al chilometro;

- a che media affronterai la prossima gara volendo migliorare il tuo PB di almeno 10 minuti

allora le possibilità sono due: o sei un runner o sei cerebroleso, e non è detto che una escluda l'altra....”
(orzo)
....certo che noi runners siamo proprio strani....
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sabato 12 marzo 2011

Odore di campestre


Mattinata vintage.
Prima di oggi, l’ultima frequentazione del Campo di Cologna è del luglio scorso, ripetute brevi a 30° C in preparazione a Venezia.
Il periodo e la temperatura si addicevano poco alla corsa, otto mesi fa, soprattutto non mi stimolavano, contrariamente ad ora, i ricordi di quando, giovane virgulto, calpestavo questi spazi con l’impeto ed i brufoli di un momento evolutivo lungi dal poter essere dichiarato maturo, ancorché prossimo al traguardo della maggiore età.

Competizioni “in altura” con vista a mare, come nelle migliori tradizioni.


La partenza in linea dal centro del campo, allora  coperto solo d'erba, schivando le buche e saltando gli avvallamenti, a raggiungere il lato opposto dove gli accalcati spazi e le strisce bianco-rosse dei nastri obbligavano in un corridoio, restringendo la corsa in un’unica corsia.


Un giro completo esterno alla pista e poi giù, lungo una discesa che i più affrontavano con baldanzosa fiducia nei propri mezzi, inconsapevolmente mal riposta in un’esagerata magnanimità, ignari del fatto che da lì a poco quel tratto avrebbe dovuto essere percorso in salita.



La colonna si sgranava e gli ultimi, ancora nel tratto in discesa, venivano ben presto raggiunti dai primi, ora in salita, veri outsider della specialità.
E così per due volte, due giri completi del campo di atletica e due giri sul tratto sterrato sottostante, a coprire 2.905 lunghissimi metri.

Il cuore pulsava forte nelle tempie e nel collo, con il respiro a tratti stentato....si soffriva in quelle campestri, perché non si sapeva misurare le proprie forze e si dava tutto quello che si aveva in corpo, salvo poi arrivare rantolanti con la generosità e lo sprezzo della fatica che solo l’acerba adolescenza sa concedere.

Sfide già perse prima di iniziare a correre, che si risolvevano immancabilmente a favore dei soliti, pochi, eletti e che lasciavano quell’amaro in bocca che stentava a raddolcirsi, preda di un immaturo quanto malcelato agonismo.


I dolorosi, per ginocchio e tallone, 4.300 metri di oggi, portati a termine ricalcando quelle stesse tracce lasciate più di trent’anni or sono, spingono a pensare che da allora nulla sia cambiato, eccezion fatta per i danni causati dalla Bora.


Soltanto una sopraggiunta ed ormai avanzata maturità, infatti, riduce gli effetti dell’estenuante mediocrità volta a distinguere, ora come allora, risultati valutabili come non più che amatoriali che inducono a riflettere


e, magari nel breve, ad abdicare.


2 commenti:

  1. Che bello Trieste Sport! Prima di abdicare, però, c'è tutto il tempo da correre assieme

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  2. meditabondo e nostalgico! eh he he

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